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Il Runner agronomo: sapete davvero cos'è la Xylella?

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scritto da voi
Pubblicato 31 Gennaio 2019
xylella-oliviState pensando già a dove andrete al mare quest’estate?
Perché non in Salento? Daiii…. Si porta assai il Salento, pure D’alema va a Gallipoli e ci tiene ormeggiata la sua barca a vela da 20 metri! E poi ci sta la notte della Taranta! Sono anni che questo evento attira lì migliaia di buzzurri che della musica popolare non se ne possono fregare de meno, a dire il vero ascoltano solo l’ultimo mix dell’estate, ma insomma, se non vuoi sembrare uno sfigato, ci devi essere.
Lungo la strada, guardando dal finestrino, vedrete diversi disastri ambientali.
Oggi noi parliamo della Xylella. 
Quelle migliaia di olivi morti in piedi, con i rami secchi che guardano verso il cielo, quasi ad implorare, sono stati uccisi dalla più piccola creatura esistente sul pianeta: un batterio! Che si chiama, appunto, Xylella fastidiosa. Si, lo so, il nome non è per niente azzeccato, a me piacerebbe di più, considerato i danni che fa, Xylella biblica, ma non l’ho scoperto io questo batterio.
 
All’inizio del 2011 gli agronomi in Puglia cominciarono a vedere cose strane: all’improvviso pezzi della chioma degli ulivi seccavano, di botto. E nessuno ci capiva niente. Poi moriva l’intera pianta. A volte riusciva a spuntare un tenero virgulto da sotto, dal piede, ma poi, si è scoperto, moriva anche questo. 
Fu identificato rapidamente l’agente di questo disastro, il piccolo batterio. Che, di fatto porta la pianta alla morte per sete:si riproduce nei fasci vascolari della pianta, quei piccoli canali in cui passa l’acqua assorbita dalle radici, occludendoli. 
 
Attenzione, nel 2012 l’epidemia era ancora circoscritta all’estrema punta della Puglia, a sud di Lecce. 
Scoprimmo che il batterio viene inoculato da un piccolo insetto, detto cicalina, che normalmente è innocuo, fa una puntura senza conseguenze alle piante, succhiando un po’ di linfa, e basta. Morta lì. Meno di una pulce sulla pelliccia di un orso. A meno che…
A meno che questo insetto non punga una pianta infetta e successivamente svolazzi su piante sane. Così come le pulci possono diffondere, ad esempio, la peste, in una popolazione di ratti, e successivamente contagiare una popolazione umana.
Tempesta di cervelli!! Se uccidiamo le cicaline, il batterio non potrà più diffondersi. Bingo!!! Già nel 2013 la regione Puglia imponeva dei trattamenti obbligatori contro questa cicalina. E tutti i fans del biologico ad opporsi, io non uso pesticidi nella mia azienda!! Arrestatemi!! Ma bisogna contenere l’epidemia!! Non me ne frega nulla, è un gomblotto delle multinazionali!! Vi ricorda qualcosa? Eh, si, un po’ come la campagna no-vax. Che ha radici profonde, non dimenticatelo.
 
La abbiamo provate tutte, dagli insetticidi più potenti a quelli più innocui, NIENTE ha funzionato. Perché quella disgraziata cicalina si va a nascondere tra le siepi, nei fossi, nei rovi. Allora fu imposto agli agricoltori di tenere puliti i margini dei campi, e irrorare anche quelli. 
 
Non funzionò neanche quello. Allora voi penserete: avevano ragione i bio-idioti!
 
Eh, no, perché nel frattempo avevamo tracciato la mappa genetica del batterio, e avevamo scoperto che è uguale sputato a un altro che è stato identificato in Costa Rica. Minchia. E cosa abbiamo noi in comune col Costa Rica? Il caffè? Il Cacao? Macché, il batterio non attacca queste piante. I ricercatori si scervellarono per mesi, poi capirono: ogni anno importiamo dal Costa Rica, via Olanda, diverse migliaia di piantine di oleandro, che vanno ad abbellire gli spartitraffico delle strade del sud Italia, Puglia compresa. Ve l’ho detto, quando andate in puglia dovete guardare il paesaggio, non lo smartphone.
 
Per cui, siccome la cicalina punge anche gli oleandri (senza ucciderli), si era capito dove si rifugiasse per sopravvivere alla lotta chimica.
 
Siamo arrivati al 2014: l’Unione Europea, visti i vari dossier presentati dalla comunità scientifica, e visto che la moria degli ulivi avanza verso nord di 50 km all’anno, prende l’unica decisione sensata. Così come si faceva nel medioevo per la peste, avete presente? Si prendeva il malato, e tutti coloro che erano stati a contatto con lui, e si chiudeva in un lazzaretto. A morire. Tutte le sue cose dovevano essere distrutte, col fuoco.
 
Per cui, venne identificata una “zona infetta”, ovvero l’intera provincia di Lecce (!), che ormai è perduta. Una “zona cuscinetto”, ovvero una fascia di 50 km in cui tutte le piante anche solo lontanamente sospette di essere malate devono essere distrutte, e si deve continuare a fare la lotta chimica all’insetto. E una “zona franca” in cui non ci sono segnalazioni di malattia. Bisognava interrompere il commercio degli oleandri. E soprattutto bisognava interrompere il lucrativo commercio delle piante secolari che vanno ad abbellire le ville dei riccastri del nord. Hai visto mai che facciamo qualche brutto regalo agli olivicoltori della Toscana o del Lago di Garda!
 
E qui iniziarono i problemi. Molti agricoltori insorsero contro la cattiva Europa che voleva mettere in ginocchio l’Italia, e si rifiutarono di espiantare gli olivi malati. (L’Unione paga 150 euro per ogni pianta abbattuta). Trovarono appoggio in diversi politici locali e nazionali a caccia di voti (vi ricorda qualcosa?) e cominciarono la loro crociata antiscientifica. Riporto le sciocchezze più belle:
1)La Xylella c’è, ma non è per questo che gli ulivi muoiono. Come dire che è vero che ti ho sparato un colpo di pistola in piena faccia, ma sei morto di infarto.
2)È colpa del glifosate, il diserbante più diffuso in commercio, registrato su centinaia di colture. Però muoiono solo gli ulivi. E solo da tre anni, mentre il diserbo si fa da cinquant’anni.
3)E’ colpa dei concimi chimici, torniamo al buon vecchio letame.
4)Il batterio è stato creato in laboratorio dalla cattiva multinazionale, per costringerci a bere olio di semi e mettere in ginocchio la nostra economia.
5)I miei olivi non muoiono.
Attenzione, quest’ultima affermazione è la più pericolosa e la più densa di conseguenze. E’ vero, alcune varietà, anche nella zona infetta, sembravano non ammalarsi. Ma poi, si è semplicemente scoperto che il batterio, una volta entrato nella pianta, prima di iniziare a moltiplicarsi conclamando i sintomi, può avere un tempo di incubazione anche di tre anni!!Infatti, tutti coloro che affermavano di avere scoperto che la varietà tale o talaltra era immune, sono poi stati smentiti…dal tempo!! Nel giro di un paio d’anni, gli sono rimasti solo i monconi secchi.
 
Come è andata a finire lo sapete. 
 
L’epidemia non si è fermata, attualmente è arrivata a nord di Bari. Cioè TRECENTO KM  a nord del primo focolaio. Nel frattempo sono stati sprecati fiumi di parole, centinaia di ore di trasmissioni televisive, un sacco di gente ha fatto soldi con blog e articoli che proponevano e propongono tesi complottistiche e rimedi della nonna, badate bene, senza alcuna preparazione scientifica. Non sono agronomi, non sono biologi, non sono epidemiologi, e non si sono nemmeno presi la briga di leggersi le carte!!
 
Addirittura, ancora un mese fa, il Senatore Ciampolillo (M5S) si è fatto chiamare “senatore rampante”parafrasando il titolo del capolavoro di Calvino, opponendosi all’abbattimento di un olivo, in spregio a tutte le normative vigenti, che ha eletto a sua dimora. Ma al contrario di Cosimo, il Barone Rampante, non ci ha trascorso il resto della sua vita, ma solo il tempo di fare una diretta Facebook.
 
Intanto l’epidemia avanza. 50 km all’anno, che non la ferma nessuno. L’epidemia se ne fotte dei likes.
 
 
Copyright immagine Autore:LaPresse/Vincenzo Livieri Ringraziamenti:LaPresseCopyright:LaPresse
 

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